Nel 2024 circa il 34% del territorio italiano ha registrato condizioni di siccità moderata o severa (indice SPI-3 ≤ -1,0), secondo il Rapporto Nazionale sulle Condizioni di Siccità dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, edizione 2025). Le regioni più colpite sono state Sicilia, Sardegna, Basilicata e Calabria, dove il deficit pluviometrico cumulato su base annua ha superato il 30% rispetto alla media storica 1981-2010.
Le aree a maggiore rischio idrico
Il sistema di monitoraggio dell’ISPRA classifica il rischio siccità attraverso tre indici principali: SPI (Standardized Precipitation Index), SPEI (Standardized Precipitation-Evapotranspiration Index) e SMI (Soil Moisture Index). Nel 2024, i valori più critici sono stati rilevati in:
- Sicilia orientale: deficit idrico cumulato annuo di -38%. Gli invasi della Sicilia hanno raggiunto a luglio 2024 il livello di riempimento medio del 27%, contro una media storica del 58%.
- Sardegna centro-meridionale: l’invaso del Flumendosa-Mulargia ha toccato il 19% della capacità. Il Consorzio di Bonifica della Sardegna ha ridotto i prelievi irrigui del 40%.
- Basilicata: l’invaso di Monte Cotugno (il più grande d’Italia per capacità utile, 516 Mm³) era al 31% a luglio 2024.
- Puglia: l’Acquedotto Pugliese (AQP) ha applicato restrizioni notturne ai prelievi in 34 comuni tra luglio e agosto 2024.
Al Centro-Nord la situazione è stata meno critica, ma il Lago Maggiore ha toccato il minimo degli ultimi vent’anni a febbraio 2024 (-42% rispetto alla media), con impatti sulle centrali idroelettriche lombarde.
-42% al Lago Maggiore non è solo un numero da bollettino meteo. Le centrali idroelettriche lombarde hanno ridotto la produzione nel momento in cui la domanda di energia era alta. L’intreccio tra siccità, produzione energetica e riserve idriche è il punto che rende questo fenomeno sistemico — non circoscrivibile alla sola gestione dell’acqua potabile.
Impatti economici: agricoltura e acquedotti
Coldiretti ha stimato danni all’agricoltura italiana per 6 miliardi di euro nel 2024 legati alla siccità, in continuità con il trend degli anni precedenti (2022: 6 mld, 2023: 4,9 mld). Le colture più colpite sono state mais, girasole e foraggio al Nord, e agrumi, olivo e vite al Sud.
Il settore idrico urbano soffre di un problema strutturale: la rete idrica nazionale perde in media il 42,2% dell’acqua immessa (fonte: ISTAT, Censimento delle Acque 2023). In alcune province della Calabria e della Sicilia la perdita supera il 65%. Questo significa che per ogni 100 litri prelevati dalle falde o dagli invasi, meno di 60 arrivano all’utente finale. Ammodernare le reti è priorità del PNRR: sono previsti investimenti per 4,4 miliardi di euro tra il 2024 e il 2026, ma l’avanzamento dei cantieri è in ritardo rispetto al cronoprogramma.
Il settore idroelettrico ha perso il 18% della produzione rispetto alla media 2010-2019 a causa del basso apporto dei fiumi alpini (fonte: Terna, Dati di Esercizio 2024). La minore disponibilità idroelettrica ha dovuto essere compensata con maggiore produzione termoelettrica, aumentando le emissioni di CO₂ del settore elettrico di circa 3 milioni di tonnellate.
Misure di adattamento: cosa si sta facendo e cosa manca
Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC, aggiornamento 2023) dedica un’intera sezione alla gestione della risorsa idrica. Le misure prioritarie sono: dissalazione costiera, riuso delle acque reflue depurate in agricoltura, ripristino delle zone umide come buffer idrologici, e riduzione delle perdite nelle reti acquedottistiche.
La dissalazione è ancora marginale in Italia: la capacità installata è di circa 250.000 m³/giorno, concentrata in Sicilia e Sardegna. In confronto, la Spagna dispone di 5 milioni di m³/giorno. Il riuso agricolo delle acque reflue depurate è autorizzato dal D.M. 185/2003, ma il recepimento del Regolamento UE 2020/741 (entrato in vigore nel 2023) ha imposto requisiti più severi che hanno rallentato l’espansione degli impianti.
A livello locale, molti Comuni del Sud hanno installato sistemi di telelettura dei contatori e campagne di efficienza idrica domestica. Bari e Palermo hanno ridotto le perdite in rete rispettivamente dal 55% al 44% e dal 60% al 52% tra il 2019 e il 2024, grazie al distrettamento della rete e ai controlli notturni delle pressioni.
Cosa può fare il singolo cittadino
Il consumo idrico medio domestico in Italia è di 215 litri per persona al giorno (fonte: ISTAT 2023), superiore alla media UE di 150 litri. I comportamenti con il maggiore potenziale di risparmio sono: riduzione del tempo sotto la doccia (ogni minuto in meno risparmia 12 litri), installazione di riduttori di flusso sui rubinetti (risparmio fino al 50% senza perdita di pressione percepita), raccolta dell’acqua piovana per l’irrigazione del giardino (sistemi semplici da 200-500 litri, non soggetti ad autorizzazione se per uso privato).
Le reti idriche italiane: il problema strutturale delle perdite
Il 42,2% di dispersione media nelle reti idriche italiane (ISTAT 2023) non è un dato statico: nasconde una biforcazione geografica molto netta. Le città del Nord con reti più moderne (Torino, Trento, Bolzano) registrano perdite del 20-25%. Le province calabresi e siciliane con infrastrutture degli anni ’60-’70 non ammodernate superano il 65-70%. La media nazionale è distorta verso il basso dal peso demografico delle grandi città settentrionali.
Il PNRR ha stanziato 4,4 miliardi di euro per la riduzione delle perdite idriche nel periodo 2022-2026 (Investimento M2C4-I4.1). Gli interventi prioritari includono: sostituzione delle condotte in cemento-amianto (ancora presenti in alcune reti del Sud), installazione di sistemi di telelettura e distrettazione della rete (DMA — District Metered Areas), e riduzione della pressione notturna tramite valvole modulanti. Il target del PNRR è ridurre le perdite medie al 35% entro il 2026 — obiettivo considerato molto ottimistico dagli esperti di settore.
Il ruolo del Po e del sistema idrico del Nord nella crisi idrica
Il fiume Po è il cardine del sistema idrico della Pianura Padana e alimenta circa il 40% dell’agricoltura irrigua italiana. Nel 2022 il Po ha toccato livelli di magra storici: a Pontelagoscuro (Ferrara) la portata è scesa a 191 m³/s il 14 luglio 2022, contro una media storica di 1.450 m³/s. La situazione si è normalizzata nel 2023-2024, ma le portate rimangono in trend negativo su base decennale.
L’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po ha pubblicato nel 2024 il Piano di Gestione della Siccità (PGS), che prevede un sistema di allerta a quattro livelli (verde, giallo, arancione, rosso) con misure di limitazione dei prelievi progressivamente più restrittive. Il piano è operativo da luglio 2024, ma la sua efficacia pratica dipende dalla cooperazione tra Regioni e gestori dei consorzi irrigui, storicamente litigiosi tra di loro.
Tecnologie emergenti: dissalazione e riuso delle acque reflue
La dissalazione è tecnologicamente matura ma costosa: il costo medio di produzione per osmosi inversa è di 0,50-0,80 €/m³, contro 0,10-0,30 €/m³ per le acque di superficie. In Sicilia, l’impianto di dissalazione di Gela (capacità 4.320 m³/giorno) è fermo per manutenzione da anni. La Regione Siciliana ha approvato nel 2024 un piano per realizzare 5 nuovi impianti di dissalazione entro il 2028, con finanziamenti FSC (Fondo per lo Sviluppo e la Coesione) per 380 milioni di euro.
Il riuso agricolo delle acque reflue depurate è regolato dal Regolamento UE 2020/741 (applicabile dal giugno 2023) che fissa standard qualitativi per quattro classi di riuso (A, B, C, D) in funzione del tipo di coltura irrigata. L’Italia ha recepito il Regolamento con D.Lgs. 152/2006 modificato, ma al 2026 solo 8 impianti di depurazione italiani su oltre 18.000 sono autorizzati al riuso agricolo certificato. Il potenziale è enorme: i depuratori italiani trattano circa 9 miliardi di m³/anno, di cui meno del 5% viene attualmente riusato.
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